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Il mercato italiano è solo un mercato potenziale per il Private Equity PDF Print E-mail
Written by Marta L. Pasi   
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Con la crisi finanziaria in corso, il numero delle operazioni di private equity si è ridotto drasticamente, in quanto il costo del capitale di debito1 si mantiene alto e i multipli di mercato sono troppo bassi per garantire il capital gain2 obiettivo. In un simile scenario, le operazioni ritenute fattibili sono di due tipi: (i) “Secondary Deal”, ovvero operazioni effettuate su un mercato secondario, tra fondi primari e secondari; (ii) “Equity Deal”, ovvero operazioni effettuate esclusivamente con capitale di rischio e aventi come società target piccole e medie imprese (PMI). Il mercato italiano è sicuramente un mercato potenziale per le “Equity Deal”, vantando un bacino di PMI pari al 77% del tessuto economico nazionale, di cui il 30% è giudicato ad alto potenziale di crescita3 (Commissione Europea, Marzo 2009); ma non per i “Secondary Deal”, lamentando l'assenza di un mercato secondario strutturato presidiato da operatori specializzati, causa la crescita dei mercati azionari e la “dilatazione” dei multipli di acquisizioni e fusioni registrate fino all'inizio della crisi.

Tale mercato rischia di restare un mercato potenziale, difficilmente penetrabile per i fondi di private equity, in quanto le PMI italiane sono per lo più4 family business (FB), ovvero imprese nelle quali una famiglia è presente nell'azionariato e nel top-management dell'impresa stessa; e soprattutto, sono FB tra la prima e la terza generazione, nei quali cioè o il fondatore è ancora presente (almeno nell'azionariato) o il suo “imprinting” è ancora radicato.  Tale presenza o “imprinting” rende di fatto impraticabile l'unico caso in cui il private equity possa costituire uno strumento di gestione del passaggio generazionale in un FB: l'assenza permanente di eredi alla successione5. Infatti, il 68% dei leader dei FB intervistati6 dichiara di preferire la liquidazione dell'impresa di famiglia alla cessione della stessa ad un fondo di private equity (Family Business Magazine, Febbraio 2009).

In realtà,in letteratura, il private equity è considerato da alcuni autori come un'alternativa anche  in caso di assenza momentanea di eredi pronti alla successione7, perché i top manager che un fondo pone alla guida della società target sono particolarmente esperti e capaci, costituendo quindi i mentori ideali per formare gli eredi del FB. ciò che questi autori trascurano, è la diversa prospettiva che caratterizza un fondo di private equity: un fondo “entra in un'azienda per poterne uscire”, mediamente dopo quattro anni, massimizzando il capital gain; e in un momento di crisi finanziaria come quello attuale, sosterrebbe probabilmente le prestazioni aziendali vendendo asset, accentuando cioè l'ottica di breve periodo che lo contraddistingue. Al contrario, per un imprenditore, il FB è e resta l'eredità da lasciare alle generazioni successive, indipendentemente dalla generazione di appartenenza.
In conclusione, il mercato italiano sembra un mercato senza massa critica per il private equity, le cui prospettive di evoluzione dipendono dalla maturazione del sistema finanziario e dal superamento di vincoli culturali della classe dirigente.
 

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1 Capitale utilizzato per l'acquisto di una società target.
2 Differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo d'acquisto della società target.
3 Misurato essenzialmente come capacità di generare flussi di cassa futuri, mantenendo il livello di investimenti pre-crisi.
4 81%, fonte AIDAF dicembre 2008.
5 Si intende sia l'assenza fisica di eredi sia la mancanza di eredi adatti, per capacità e motivazioni, ad assumere la leadership del family business.
6 Family business italiani tra la prima e la terza generazione.
7 Si intende la presenza di eredi che necessitano di un periodo di formazione prima di assumere la leadership.